5 MOTIVI PER NON ABITARE A MILANO (MA NOI CI ABITIAMO LO STESSO)

Settimana scorsa è uscita una nostra intervista su Bonsai tv, divisa in due parti. Visto che si è trattato di una settimana particolarmente “intensa”, forse qualcuno se l’è persa. Ripubblichiamo di seguito la seconda parte. La prima invece la trovate qui. 

 

1) L’ignoranza della gente circa il suo patrimonio artistico.

La gente che al sabato sera ti si siede di fianco e in accento parmigiano, marchigiano o calabrese ti dice che Milano è brutta. Provate a chieder loro se sono mai stati all’Ossario. Risponderanno senza dubbio: “certo, è l’ex discoteca Gattopardo, no?” 

2) I Residenti.

Sia San Siro, o l’Arco della Pace, o Ticinese, o i Navigli o Piazza Vetra o viale Montenero dove c’era il Mom. Ogni volta che in città qualcosa si muove ecco spuntare loro, i Residenti Milanesi e il loro sogno per nulla proibito di una città che va a letto alle 21, come si faceva dopo il Carosello che allietava la loro infanzia. E invece, una città viva anche la sera vorrebbe dire sicurezza, cultura e soprattutto crescita economica. Stupisce che chi abbia amministrato la città, sia prima che adesso, su questo punto si dimostri così incredibilmente ottuso, seguitando a perseguire la linea del “vietare tutto, vietare subito” invece che impegnarsi per punire solo chi sbaglia, evitando di ledere gli interessi chi vuole semplicemente divertirsi.

3) Le mode.

Più che capitale della moda, Milano è la capitale delle mode. Quando, per un motivo o per l’altro, qualcosa – qualsiasi cosa – comincia ad andare di moda basta, a Milano pare che non si possa vivere senza. Dalle Nike Silver agli occhiali Spectre, dalla bici a scatto fisso alla street art, negli ultimi 20 anni tutto ciò che funzionava è stato fatto diventare immediatamente una mania. Col risultato di trasformare spesso in miti dei mitomani.

4) Le infiltrazioni mafiose.

Nel 1974 l’allora capo della mafia, Luciano Leggio detto Liggio, latitante da decenni, venne arrestato in via Ripamonti dove viveva tranquillo. Da allora, la presenza delle criminalità organizzate permea completamente la vita della città, e ne abbiamo avuto un esempio lampante l’estate scorsa, quando la ‘ndrangheta ha bruciato il furgone del paninaro Loreno Tetti perché unico testimone ad un processo contro un clan (caso, questo, denunciato da I Hate Milano e da Radio Popolare in totale solitudine). Eppure nessuno ne parla, e tutti continuano, serenamente, a far finta di niente.

5) L’inutile tentativo di farne una “capitale europea”.

Milano è ed è stata, da sempre, una città orgogliosamente provinciale, in continua lotta al conformismo espresso dalle capitali cui nei secoli ha fatto riferimento. Da questo status ha trovato le forze, le motivazioni e le energie per diventare un centro di creatività di livello mondiale. Da quando, al contrario, ha preso a confondere l’oro con la polvere, cercando di nasconderlo sotto al tappeto e passare così per “europea”, il massimo che è riuscita a fare è stato trasformarsi in Busto Arsizio.