NIENTE E’ PIU’ DEFINITIVO DEL PROVVISORIO

 

Un mese prima di Natale avevamo segnalato la presenza di questa strana baracca piazzata nel mezzo di piazza San Babila, piena di “souvenir” a tema Milano un po’ Robe di Kappa e un po’ Bobo Vieri. Ci chiedevamo cosa c’entrasse una simile costruzione con il resto della piazza, se insomma non sembrasse un po’ fuori luogo, e se la sua installazione non cozzasse con quella solenne promessa di “non sfruttare più le piazze del centro per iniziative commerciali” quando le “iniziative commerciali” usate come esempio per scatenare la fatwa erano il punto vendita di Tiffany posto in Piazza Duomo durante il periodo della Moratti.

Ai tempi ricevemmo un commento sdegnato, proveniente da un ip istituzionale dove eravamo definiti “ignoranti”, in quanto ignoravamo che la costruzione era provvisoria – sarebbe stata certamente tolta il 6 gennaio – ed era necessaria per “incrementare lo shopping natalizio”. Inoltre eravamo “arretrati” poiché non capivamo che quel baracchino rappresentava “Milano che potenzia il suo brand”.

Oggi, come si sa, è luglio, piena estate, e il baracchino è ancora li. Domande ignoranti:

– Lo si può considerare parte dell’arredo urbano?

– Ai cittadini piace il colpo d’occhio?

– Stabilito che ci deve essere, ma perché invece che quella paccottiglia non sfruttarlo per vendere prodotti artigianali delle tante eccellenze che ci sono in città – e che magari hanno problemi ad avere punti vendita in centro visto il costo esagerato degli affitti?

Chissà. Così come chissà cosa ne pensano i negozianti dei paraggi, della concorrenza del baracchino comunale ormai divenuto più definitivo di un monumento.

Per quanto riguarda il secondo punto invece, quello riguardante “Milano e il suo brand” (per parlare come chi ha preso troppi aperitivi con Lapo Elkann sulla Terrazza Martini) vorremmo far sommessamente notare che il tema è leggermente più complesso rispetto alla vendita di una felpina con sopra stampato un logo. Ci sono città, abbiamo decine di esempi in Italia, che “potenziano il loro brand” investendo sulla cultura. Per esempio cinema – organizzando festival – musica – favorendo e agevolando i concerti, di tutti i tipi – o perfino letteratura.

Altre puntano sul turismo in tutte le sue forme, sia quello di fascia alta, sia quello più ecologista e “zaino in spalla”. Altre ancora si buttano sullo sport, sia a livello nazionale che internazionale.

Qui a Milano, dove la cultura vive il momento che conosciamo, organizzare un concerto a San Siro è come organizzare un colpo di stato e lo sport vive una cronica e drammatica carenza di strutture, diciamo che il lavoro da fare per “potenziare il brand” sarebbe immenso.

Per questo, cortesemente, non veniteci a dire che la maglietta o il casco con scritto “I Love Milano” sia “potenziare il brand”. A tutto, anche al ridicolo, c’è un limite.