IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA SOLFERINO 28

 

Paura eh? Ne avete ben donde.

Questo sguardo vitreo alla Andy Garcia sostenuto da due occhiaie alla Pierluigi Bersani, questo capello ingellato un po’ Bobino e un po’ giostre di Rozzano appartengono al nuovo, terribile protagonista del mitologico Solferino 28, che come un videogioco seguita a sfornare boss di fine livello sempre più imbattibili nella difficile arte di lasciare tutti senza parole a chiedersi, semplicemente, “perché?”.

Ultimo prodotto di una stirpe cui appartengono gli indimenticabili Nicolò Pashmina, Jacopo Pochette e il Giuseppe Matteo Vaccaro Incisa Viendalmare, Umberto Malesci irrompe sulle scene solferinesi con un intervento da leggersi alla luce dei più moderni principi dell’indagine psicoanalitica (vi raccomandiamo altamente la lettura integrale del post), in cui dovrebbe spiegarci perché mai la sua azienda non riesce a trovare nessun giovane italiano idoneo ad essere assunto.

Cominciamo dall’inizio:

Oggi sull’aereo non ho accanto nessuno e posso mettere la borsa con il mio laptop sotto la sedia del posto accanto. Sono sul solito Firenze-Zurigo delle 9.45 di domenica mattina, appuntamento mensile che mi porta a Chicago passando per la Svizzera. Fare spesso viaggi intercontinentali ha tantissimi svantaggi e scomodità ma almeno mi consente di avere il tempo di leggere il vecchio giornale di carta invece che sfogliare il Corriere on-line, un piacere che sono certo sono l’ultima generazione a provare e capire.

Fin qui, avremmo solo un disturbo narcisista sublimato dal tentativo di imitazione del mitico Guido “Dogui” Nicheli, in quello che da sempre è uno schema classico dell’analisi pedagogica, costituendo l’imitazione una modalità fondamentale dell’apprendimento infantile.

Una simile presentazione, però, non è che il preludio di ben altro. Come si sa infatti, un disturbo psicoanalitico ha molto spesso bisogno, per manifestarsi, di una  “causa scatenante”. E purtroppo l’Umberto la trova in  un articolo in cui si afferma che i  giovani italiani “sognano tutti il posto fisso” e dove viene intervistata una ragazza da lui definita come “la solita ragazza laureata in lettere con 110 e lode che sostiene di parlare 3 lingue”  ma che lui, non si sa bene perché, sa benissimo che in realtà parla inglese da fare schifo e che se invece di fare Lettere avesse fatto informatica “ora avrebbe uno stipendio vero e l’agognato contratto a tempo indeterminato” (ma come? ma il posto fisso e indeterminato non è morto e sepolto? mah.)

Già qui l’interesse accademico porterebbe a chiedere molte cose a questo poser tutto taking names and kicking asses (per parlare come fa libidine a lui), a cominciare da quale sia, di preciso, l’articolo in questione e sulla base di cosa tale articolo debba essere una specie di Torah per ogni singolo giovane italiano.

Ma non c’è tempo di fermarsi, perché l’ego dell’Umberto tracima in un flusso di coscienza forsennato. Egli, infatti, invece che starsene buono a  godersi le nuvole ci racconta il suo tormento ad alta quota causato dal pensiero di tale Marco, ovvero

il neo ingegnere informatico che la settimana scorsa ha rifiutato la nostra offerta a tempo indeterminato come sviluppatore software per andare a lavorare nella divisione IT di una grande banca italiana.

Non riuscendo ad interiorizzare il trauma del rifiuto, magari aiutandosi con uno champagnino offerto dalle hostess in business class, l’Umberto  è lacerato da alcune immagine terribili, al centro delle quali, nel più classico dei meccanismi psico-analitici, c’è la madre di questo Marco.

Me la figuro ogni volta, mentre porta la pasta in tavola, che chiede al figlio dei colloqui che ha fatto e sente il figlio neo-ingegnere informatico entusiasta del colloquio nella start-up americana con sede operativa a Milano

La povera donna, nelle fantasie del Norman Bates dell’informatica, assume le sembianze di una virago portatrice di un’italianità iperbolica e deviata.  Tale immagine da origine a una visione in cui la deriva misogina si palesa in tutta la sua brutalità:

Quando il figlio racconta dell’amministratore delegato di trentadue anni e dell’intero team che non supera i 35 anni, tra poco alla madre cade la zuppiera con gli spaghetti in terra. “Ma non pensi che sia meglio prendere il lavoro che ti ha offerto Mps? Una banca è sempre una banca!”

Di nuovo: ci sarebbe da invitare il paziente a rilassarsi, e domandargli se non lo sfiora minimamente l’idea che magari lui, a questo Marco, stava semplicemente sulle palle e per questo se ne è andato altrove. Così come, incuriositi e mossi solo dal tentativo di capire, cercheremmo di sapere che razza di adolescenza deve aver vissuto per portarsi dietro un simile complesso di Edipo, tale da spingerlo a dire che le  “mamme italiane” sono la rovina di tutti i giovani italiani e anzi del paese intero, perché in forza della loro profonda ignoranza costringono i figli a decisioni sciagurate.

Ma, ancora, non c’è tempo: come sovente capita durante l’anamnesi, la rabbia prende il sopravvento. Così, mentre  l’aereo sorvola placido le Alpi, nella testa dell’Umberto si verifica un inevitabile deragliamento di senso, di cui riportiamo alcuni estratti:

Ma la mamma di Marco sa cos’è la McKinsey? penso mentre continuo a cercare di organizzare il mio monologo immaginario

La storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto non la mamma di Marco non la beve”, penso mentre mi rendo conto che affrontare la mamma di Marco non sarebbe facile 

non mi sono mai messo a contare esattamente quanti posti di lavoro abbia creato con il mio mestiere di imprenditore, e mi domando se sia veramente qualcosa di cui andare fiero visto che Dante nel Paradiso i creatori di posti di lavoro non ce li ha messi 

Un altro soggetto interessante con cui passare le prossime nove ore di volo Zurigo-Chicago sarebbe il prossimo ministro dell’istruzione, penso.

Prima di terminare, quando ormai l’aereo ha già tirato fuori il carrello, con una vera e propria minaccia rivolta agli altri viaggiatori:

Tanto vale fare un tentativo e attaccare comunque bottone con il mio vicino di posto sul prossimo volo sperando che dopo averlo edotto per 9 ore sui bisogni delle aziende in termini di capitale umano venga nominato prossimo Ministro dell’Istruzione.

Ora, noi non ce l’abbiamo certo con l’Umberto e con le visioni che lo angosciano, quelle dove l’Italia è ancora la stessa dei  film di Don Camillo e Peppone, dove ci sono le mamme con la zuppiera piene di pasta che vogliono il figlio allo sportello, i giovani sognano il posto fisso, le ragazze studiano Lettere e i ragazzi acchiappano le straniere sul lungo mare e vanno a fare all’amore giù al faro (in un altro passaggio, il Nostro scrive: “abbiamo trovato una ragazza irlandese che voleva trasferirsi in Italia perché il suo ragazzo è italiano: noi italiani non sapremo le lingue ma, fortunatamente, riusciamo a far girare comunque la testa alle straniere!).

Ci limitiamo sia ad osservare che certo, sapere l’inglese è importante, ma non per questo – caro Umberto – l’italiano si merita d’essere violentato come nella tua missiva; sia a renderlo edotto del fatto che ieri, seguendo quanto scritto da un lettore a commento dell’articolo, abbiamo passato il pomeriggio telefonando alla sua azienda, e  la grande azienda ipertecnologica a cui Chicago guarda con nuova speme ci ha fatto sapere che per quanto riguarda le posizioni aperte per le start up bisogna guardare sulla sezione presente sul sito: sezione che, però, non viene aggiornata da due anni. Alla faccia dell’efficienza, alla faccia dell’informatica!

Piuttosto, noi ci chiediamo come sia possibile che sul sito del primo quotidiano d’Italia si continui a raccontare i giovani italiani in questo modo, seguitando a dare spazio ad egotici che, con sprezzo del pericolo e pure del ridicolo, vomitano frasi fatti e luoghicomunismi senza mai uno straccio di contraddittorio, arrivando a toccare livelli di assurdità così elevati da rendere quasi impossibile ogni intento parodistico.

Al punto che sorge un sospetto: e se Solferino 28 fosse in realtà esso stesso una parodia e siamo solo noi a non essercene accorti?

Chiederemo lumi a Ferruccio.