LE ELEZIONI IN 5 PUNTI

di Umberto Ego

 

1) BERSANI

 

Ovvero: dall’uomo solo al comando all’uomo solo allo sbando.

Prima ha rinunciato a chiedere nuove e legittime elezioni quando il suo partito veleggiava su percentuali che nessuno aveva mai visto, neppure in Bulgaria. Poi si è imbarcato in un governo fallimentare, che di sinistra non aveva nulla, a cominciare dall’aspetto dei suoi ministri, gente che a una Festa dell’Unità avrebbe dovuto girare con la scorta. Infine ha affrontato le Primarie col piglio del ragazzino presuntuoso che porta il pallone e decide lui le regole, mettendo paletti, facendo distinguo, insomma negando o almeno limitando di fatto lo spirito delle primarie stesse.

Nonostante tutto ciò, il suo partito era ancora accreditato, a dicembre, di una vittoria assai comoda.

Bene, quello che oggi sarebbe dovuto essere il Presidente del Consiglio è invece riuscito nell’incredibile impresa di gestire una campagna elettorale senza proporre un tema, un’idea, un concetto. Ancora una volta, come già nel 2008 con Veltroni e la campagna vissuta interamente sulla grottesca questione di Alitalia mentre già infuriavano i venti della crisi, il PD ha fatto da spettatore supponente, attento solo a non stropicciarsi la giacca.

A parte, ovviamente – forse sperando in una riedizione del binomio Berlinguer-Benigni – la ripetizione  della parola “giaguaro“, che fa tanto ridere e quando la dice Crozza tutti si sbellicano. Peccato che Bersani non sia Berlinguer, Crozza non sia Benigni e soprattutto gli italiani, con la crisi drammatica che non accenna a passare, abbiano poca, pochissima voglia di fare gli spiritosi e molta voglia di proposte – al punto da finire per credere, ancora una volta – alle più improbabili.

 

2) PD

 

Ovvero: il Partito Dei Giusti a Prescindere.

L’Italia Giusta“, era lo slogan. L’Italia delle persone per bene, delle persone serie, del Bene Comune. Ottime parole. Quanto alle idee, alle proposte, alle leggi da attuare subito? Quali sono le grandi idee condivise del partito democratico? Qual è, in generale ed è questa la domanda decisiva, l’idea di società del Partito Democratico e su cosa poggia tale idea?

Perché l’Italia di Berlusconi la conosciamo. Un’Italia clericale, con tentazioni autoritarie, che lascia pochi spazi alla libertà individuale, caratterizzata da uno scarso (per usare un eufemismo) senso dello Stato e delle Istituizioni. Tutto ciò si è tradotto, negli anni, nelle mancate leggi sulla corruzione, sul reato di tortura, sulle coppie di fatto, su Giovanardi che parlava degli omosessuali come cani che pisciavano, su una legge sulla droga da dittatura sudamericana e una sull’immigrazione tanto inefficace quanto barbara.  Più tutto quello che sappiamo.

Bene: quali sono, invece, le posizioni e le proposte del PD? Al netto dei ragionamenti ponderati, dei sottili giochi di alleanza, di tutti quei d’alemismi così giusti eppur così oscuri per noi comuni mortali? E chi lo sa. Un tema a caso: il Lavoro. Non c’è una posizione comune su un tema cruciale come il Lavoro, in un partito che fino a poco fa andava da Fassina a Ichino – il quale se ne è uscito di sua sponte ? I grandi temi di sinistra, le libertà, i diritti civili, vengono maneggiati come qualcosa di pericoloso, di nocivo, come se nel 2013 si debba ancora stare a discutere se sia giusto o meno stare a parlare di matrimoni gay o testamento biologico. Gliela si legge in faccia, la paura fottuta di perdere il decimale di consenso, ogni volta che invece servirebbe un briciolo di quello che non hanno e che non avranno mai, quel coraggio di prendersi – per una volta – una responsabilità che sia una, senza pensare a come reagirà il lobbysta legato a Tabacci. Per non parlare delle nuove leve, gente che dovrebbe avere la freschezza e l’avventatezza dei 30 o addirittura dei 20 anni e invece sono li, con quella faccia che chiama il coppino, a preoccuparsi di far bella figura nelle bocciofile.

E’ inutile, quindi, continuare a sperare nel Messia, ieri Veltroni, oggi Bersani, domani Renzi. Quello è il modo in cui ragionano a destra.

La gente, a sinistra, e voi dovreste saperlo bene ma lo avete dimenticato, non ragiona con la pancia. Vuole delle risposte. E se non le trova non vi vota. Il tempo del vile ricatto “ah, ma se non voti noi allora ti tieni Berlusconi”  è finito per sempre. Perché ora c’è il punto 3.

 

3) MOVIMENTO A 5 STELLE

 

Ovvero: Adolf Beppe e la marcia su Roma.

Chissà come saranno soddisfatti tutti gli acuti e intelligenti osservatori (magnificamente descritti in questo profetico post) che per giorni e giorni hanno continuato a muovere contro Grillo e il M5S l’eterna accusa di fascismo – utilizzato in passato contro innumerevoli bersagli al punto da essere svuotata, ormai, d’ogni significato.  Già, chissà come saranno contenti ora che hanno contribuito in modo assai importante alla realizzazione di un progetto cui nessuno, solo 2 settimane fa, avrebbe scommesso una lira: farne il primo partito d’Italia. Un po’ come quelli che davano del ladro d’auto a Pisapia e lo hanno trasformato in fenomeno mediatico, chi dava a Grillo del “totalitarista” è riuscito nella medesima impresa, solo su scala nazionale.

Come dimenticare quel tale che ha scritto quel post  sul Movimento 5 Stelle come nuovo Partito Fascista, stuprando alcune frasi di Gramsci (non nuovo a certe molestie, basti a pensare a quante volte vengono violentate le sue definizioni di “nazionalpopolare“) e strumentalizzandole contro l’ex comico genovese e i suoi elettori, raccontati come un nuovo Duce al comando di una banda di eversori pronti a prendersi l’Italia?

Si poteva e si doveva affrontare Grillo sul suo terreno, discutendone le proposte, criticando quelle più assurde e generiche e magari inglobandone le più sensate, citando i numerosi esempi (in questa città ne abbiamo uno straordinario, nella persona di Mattia Calise) di come dalle promesse di “cambiare tutto” ci si è ridotti a lottare per riprendere una pallosa riunione comunale con un Ipad già disponibile su internet. E invece niente, avanti col solito vizietto: delegittimazione, e una bella valanga di insulti ai suoi elettori e alla loro intelligenza (salvo poi, adesso, lanciare improbabili appelli alla riconciliazione: ma non erano fascisti?). Come fatto per anni con quelli che votavano Berlusconi, e come se il cosiddetto “popolo di Grillo” – che ha tracimato internet, la rete, “i grillini” diventando fenomeno di massa, circa 7 milioni di persone e il 25%, roba che manco Craxi – potesse essere considerato come un qualcosa di omogeneo (e inferiore).

Ora la scelta è solo loro: possono dar retta ai pochi, tra cui Renzi, che non considerano gli elettori degli altri partiti come omuncoli da eliminare ma persone da convincere. Oppure possono continuare a gridare al nazismo – magari la prossima volta utilizzando contro Grillo direttamente Anna Frank – e trasformando in mito il prossimo mitomane che ne avrà l’ardire.

In tal caso, prepariamoci a un monocolore a 5 stelle alle prossime elezioni.

 

4) MARIO MONTI

 

Ovvero: da Tecnico a Velina.

Nessuno con una vita sociale superiore a quella di Eugenio Scalfari poteva realmente pensare che Mario Monti avesse delle minime possibilità di raggiungere un buon risultato alle elezioni: chi di voi conosce almeno due persone che l’hanno votato? E nessuno con un comprendonio almeno pari a quello di Sandro Bondi poteva avere anche solo il sospetto che Mario Monti, pessimo comunicatore, potesse andare a rubare voti al Comunicatore.

Ma per l’ennesima volta abbiamo ricevuto conferma che il vero e unico motore della politica sia solo ed esclusivamente la Vanità Umana. E così, un uomo di 70 anni che nella vita aveva già fatto tutto quello che poteva fare, compreso il Presidente del Consiglio, ha finito per cedere alle lusinghe della sterminata corte di servi che si era accumulata davanti alla sua porta in un solo anno di governo, convincendosi, per davvero, di essere lui l’uomo che gli italiani stavano aspettando.

E’ stato un disastro di proporzioni bibliche. Dalla tragicomica discesa su Twitter, con quelle 16 risposte a giornalisti di fiducia con domande preparate a tavolino. All’intervista alla Bignardi (un leader politico non dovrebbe mai farsi intervistare dalla Bignardi, portentoso talismano scaccia-simpatia) con il cane in braccio, foto entrata di diritto nel museo delle mostruosità politiche di tutti i tempi. Alla folle e sciagurata convinzione che l’appoggio della Merkel potesse avere un’influenza positiva sugli elettori, e non una contraria, in un paese dove a parlare di Germania non viene in mente la solidità delle esportazioni teutoniche e il basso tasso di disoccupazione ma il gol di Balotelli agli Europei e i relativi e liberatori gestacci. A quei continui tentativi di battuta, di umanizzazione del personaggio, chissà quanto di sua iniziativa e quanto dettati da uno staff di comunicazione forse pagato sottobanco dagli avversari per fargli fare figure barbine di proposito.

Il risultato è una figuraccia che non si toglierà più di dosso, e che sancisce anche la clamorosa distanza della stampa italiana – impegnata da mesi a raccontare le gesta di un leader che la tradizione voleva benvoluto e stimato dalle folle e che si è rivelato più repellente, da un punto di vista elettorale, del Mariotto Segni dei tempi che furono.

Unico, innegabile merito politico: aver ridimensionato per sempre, e addirittura eliminato dal Parlamento, Gianfranco Fini in Tulliani e Pierferdinando Casini.

 

5) LA MALA DEI SONDAGGI

 

Ovvero: il mestiere più bello del mondo.

Fare il sondaggista è il sogno di chiunque. Sostanzialmente, si viene pagati (spesso con soldi pubblici) per ripetere al committente quello che vuole sentirsi dire. Sia esso un giornale, un partito politico, un’associazione: non cambia niente. Il sondaggio racconta sempre una realtà diversa dai fatti, e quando poi la realtà, implacabile, smaschera il trucco, ci sono sempre diecimila scuse da poter addurre, tutte mai verificabili.

La legge che vieta la diffusione dei sondaggi nelle 2 settimane antecedenti il voto poi, rende il bene proibito e, come si sa, molto più prezioso. Ci piace immaginarli adesso, tutti i vari guru strapagati che proprio ora se la ridono di gusto, controllando i bonifici appena incassati telefonandosi l’un altro, dicendo “…e io allora gli ho detto vai tranquillo che sei al 37, chi ti riprende più a te? buahahahahah!” 

A stupire davvero, piuttosto, sono quelli che ancora ci credono. E che non hanno capito, come i precedenti del 1994 e del 2006 avrebbero dovuto insegnare, che nel paese dove le cose si fanno ma non si dicono la gente si vergogna dei propri peccati, e davanti al sondaggista abbassa il capo e spara la prima cazzata che gli viene in mente.

 

CONCLUSIONE: GIORGIO NAPOLITANO

 

Chissà se questa volta Giorgio Napolitano avrà sentito il boom. Magari era sveglio, incollato alla tv credendo si trattasse di uno scherzo. O magari dormiva, e sognava quel novembre 2011, quando l’Italia sarebbe potuta andare ad elezioni immediate, come la Spagna, come un paese democratico insomma, e avere perlomeno un governo e una maggioranza solida, legittimata dai cittadini, che avrebbe quantomeno evitato il dramma degli esodati – che ancora oggi non si sa nemmeno quanti siano –  e archiviato definitivamente un’Era cominciata nel 1994.

Già, chissà se stavolta lo ha sentito, il boom di Beppe Grillo. E ha capito di essere stato lui, lui solo e nessun altro, ad averne azionato il detonatore.

 

P.S. Ovviamente, manca un punto. Sarebbe, in realtà, il numero 0. Ma possiamo darlo per scontato, essendo uguale da 17 anni e chissà per quanto tempo ancora.