L’INFINITA ATTESA DEL MESSIA

L’anarchico di Piazza Vetra

 

Insomma, prima ha detto che quella del master a Chicago non era un balla, ma “un errore di uno stagista e di Wikipedia” di cui lui non sapeva niente perché lui – che non è narcisista, figurarsi – la sua pagina di wikipedia non l’ha mai letta.

Poi quelli della Zanzara hanno tirato fuori un audio di qualche tempo fa in cui lo stesso non solo confermava, ma anzi si vantava del master fatto nella città “dell’importantissimo nodo  ferroviario” (vediamo chi coglie la citazione) del Nord America. Poi è saltato fuori che anche le due lauree che diceva di avere erano frutto del suo immaginario da dandy.

E così si arriva al peccato più imperdonabile, l’intervista concessa a Daria Bignardi, dove tutto è ridotto a “una balla che riguarda la mia vita privata“. Ora, a parte la folle scelta di rimettere i peccati davanti alla Bignardi, la cui antipatia è a tal punto tracimante da far apparire antipatico chiunque le si sieda davanti. A parte il fatto che lui, sul valore politico di un fatto privato (le cene eleganti di Arcore) è andato avanti a parlare per due anni. E a parte il fatto che mentire sul proprio curriculum non è un fatto privato nemmeno per uno che cerca lavoro in un call-center, figurarsi per un candidato premier.

A stupire davvero è il retro-pensiero che le cazzate del Giannino tradiscono. Lui, L’Uomo Nuovo, il moralizzatore sceso da Radio24 per cavalcare la modernità e cambiare una politica vecchia fatta da gente decrepita, non sa che nell’era di internet per sputtanare qualcuno bastano meno di 5 minuti?

Ma come? L’Uomo Nuovo non sa come funziona internet, non sa cosa sono i social network?

Che triste parabola, quella dell’Uomo Nuovo finito in pochi giorni a far la figura del fregnacciaro proprio come era successo alla Santanchè con il suo master alla Bocconi.

Tuttavia, a ben guardare, la colpa non è neanche solo sua.

E’ dal 1994 che il paese freme nell’infinita attesa del Salvatore della Patria, del Giustiziere che scenderà da un monte e guiderà tutti verso la salvezza. Ci avevano detto che con la (supposta) Terza Repubblica sarebbe finita l’era dei “partiti padronali“, dei grandi leader dall’ego smisurato e dalla proposta debole, e che l’accento sarebbe stato anzi sul programma, i contenuti, il mito sacro del “coinvolgimento della società civile“.

E invece siamo ancora qui, con candidati che sono gli stessi padroni di vent’anni fa, o padroncini in abiti bizzarri, o gente che di conosciuto ha solo il cognome o giovani sponsorizzati dai soliti noti, sorriso finto e forfora sulla giacca d’ordinanza.

Non c’è quindi da prendersela troppo, con il povero Oscar. E’ solo l’ultimo esemplare, magari meno furbo degli altri, di una razza – quella dei Messia – che in questo paese non passa mai di moda.

E anche stavolta, come al solito, è bastato un soffio di vento un po’ più forte perché la maschera cadesse, e al posto del Nuovo apparisse all’improvviso il solito, vecchio, marcescente volto della solita Italietta, quella per cui l’unica cosa davvero importante è andare la mattina al bar e sentirsi dire “Buongiorno Dottore”.