RAVE DI CUSAGO: PARLA LA RAGAZZA USCITA DAL COMA

Ricorderete sicuramente “la strana storia del rave di Cusago“. E altrettanto sicuramente, ricorderete di una ragazza di 20 anni, di Cuneo, che finì in coma per 4 giorni. L’abbiamo contattata, e quella che segue è la sua versione dei fatti.

“Mi chiamo M.Q. ho quasi 22 anni, e sono all’ultimo anno del corso di laurea di infermieristica. Nel tempo libero spesso mi capita di andare alle feste   (i rave n.d.r.): e’ il mio modo di divertirmi. Ballare, ridere, divertirsi..questo e’ la festa. Poi si, è vero, c’è anche la droga. Ma è forse l’unico posto dove gira?

Ed è vero anche che spesso la festa non e’ legale, nel senso che non è “autorizzata”. E’ il motivo per cui la polizia c’è quasi sempre. Però tutto si consuma in un rapporto civile: noi non lasciamo rifiuti e non andiamo via con addosso nessuna droga. Tutto si è sempre svolto in questa maniera e, nella mia esperienza, non avevo mai assistito a nessun problema, nessuna festa è mai finita in violenza perchè di noi si puo’ dire quel che si vuole, ma certo non che siamo persone violente.

La fabbrica di Cusago era molto grossa e isolata. Ci avrebbe accolti tutti e non stava cadendo a pezzi mettendo a rischio nessuno.

Poi la polizia ha cominciato a caricare, con una violenza terribile, come se si fosse trattato di una carica da stadio.  E’ stato squallido, manganellate ovunque, uomini, donne, in modo assolutamente indiscriminato. Io ricordo che avevo questi pensieri, mentre scappavo. Mi chiedevo come fosse possibile che quello che stava accadendo stesse realmente accadendo.  E poi all’improvviso bom, mi son svegliata 4 giorni dopo in ospedale.

Non ho alcun ricordo del coma. I miei amici mi hanno poi raccontato che ho perso conoscenza subito, poi mi sono risvegliata – non so dire con esattezza quante volte – molto confusa, avevo una sonnolenza incredibile, e alla fine mi sono addormentata completamente.

Nessuno, nella ressa ha visto chiaramente quello che è successo, anche perché era molto buio all’interno. Non ho quindi prove certe di cosa mi sia successo. Però i medici dicono che se fossi caduta di mio avrei sicuramente una ferita visibile da fuori, perché a 20 anni per rompersi il cranio cadendo bisogna prendere davvero una bella botta, che necessariamente lascerebbe una lesione. Invece io non ne avevo. Al contrario, i medici dicono che una manganellata ha la forza di rompere il cranio, ma non lascia alcuna ferita.

Vorrei fare qualcosa, vorrei che qualcuno perlomeno accertasse quello che è successo.Ma non ho prove certe e non so come fare.

Quello che so è che sono delusa, perchè non si può, per nessun motivo, arrivare ad un tale livello di violenza gratuito. Siamo persone, con i piercing e i pantaloni larghi, ma siamo comunque persone. Ho sentito i giornalisti parlare di me che ero in coma contrapposta a circa 40 poliziotti feriti: ma di cosa si sta parlando? E tutti gli altri ragazzi feriti? Quelli non contano?

Prima o poi, comunque, tornerò alle feste. Ci sono i miei amici, persone che mi vogliono bene e che non vedo l’ ora di abbracciare. Devo ringraziarli per la vicinanza che mi stanno dimostrando in questi giorni. E ci tornero’ senza brama di vendetta, con la gioia di essere ancora qua e di aver la fortuna di esser circondata da persone che hanno guadagnato il mio rispetto.”

 

Questo il racconto di M.Q. , che stupisce per parecchi aspetti, a cominciare dalla lucidità di analisi e dalla completa mancanza di rancore.

Tuttavia, il passaggio sulla causa del colpo che ha causato il coma, con i medici che – stando alla sue parole – mostrano “forti dubbi” sulla versione ufficiale circolata sui giornali, secondo la quale la ragazza avrebbe “battuto la test perché spinta dalla calca” è qualcosa che non può assolutamente essere lasciato cadere. Si dice sempre che certe manganellate, a cominciare da quelle freschissime del 14 novembre scorso, sono una reazione alle violenze “dei soliti infiltrati”. Qui però c’è la storia di una ragazza di 20 anni, dal peso di non più di 50 chili, che scappa cercando di mettersi in salvo, che finisce in coma e si salva per un pelo, con i medici che sembrano dare più di un’indicazione su cosa sia realmente accaduto.

Ci si chiede, allora, come sia possibile che nessuna inchiesta sia stata aperta, un’inchiesta che avrebbe il solo compito di accertare la verità nell’interesse di tutti, a cominciare dalle stesse forze di polizia. Dove sono i custodi della legalità? Dov’è “la buona stampa progressista”? E soprattutto: cosa ne pensa Manganelli?  Le manifestazione del 14 novembre hanno, forse, segnato la fine della “solidarietà a prescindere”: ma le inchieste vanno fatte sempre, non solo sotto la spinta della pressione mediatica. Sennò si perde completamente ogni barlume di credibilità.

Certo, i ravers hanno sicuramente meno “peso politico” degli studenti impegnati: ma questa non può, e non deve essere una discriminante.

In questo contesto, quindi, stupisce relativamente che nessun quotidiano si sia ancora interessato alla vicenda di M.Q.: certi fatti continuano a “far notizia” solo quando prevedono un tragico epilogo.

 

P.S.  A proposito. Ricorderete anche lo sciacallo intervistato dal Corriere della Sera, l’amico di Giovanardi, il collaboratore di Palazzo Chigi che quando M.Q. era in coma diceva, su twitter, che la gente che va ai rave “esce di casa già con l’emorragia cerebrale”. Purtroppo per lui, gli esami tossicologici della ragazza sono tutti negativi. Chi la risarcirà, adesso, di questa ulteriore diffamazione gratuita?