UN PASSO AVANTI E UNO INDIETRO

Qualcosa è cambiato. Ma forse non abbastanza: vi ricordate per caso cosa è successo tre settimane fa?

 

La notizia dell’apertura di un procedimento a carico di due agenti che si sono resi protagonisti di violenze gratuite durante le manifestazioni del 14 novembre è sicuramente una buona notizia, per molte ragioni. Così come assolutamente condivisibili e anzi meritevoli di ulteriori riflessioni sono le parole del capo della polizia Manganelli riguardo al non più tollerabile “ruolo di supplenza” a cui è costretta la polizia, il cui manganello – in una continua e drammatica assenza della politica – continua a essere l’unico strumento su cui “i tecnici” fanno affidamento per dirimere le tensioni sociali.

Ora vedremo quali saranno le conseguenze, se ci saranno condanne, quale sarà la proporzione tra quelle condanne e quelle che saranno inflitte ai manifestanti fermati. Ma si tratta, comunque, di una notizia importante: sia perché segna, finalmente, una discontinuità netta con la Diaz e Bolzaneto, sia perché avviene dopo le parole del ministro Cancellieri, che svilendo l’importanza del ruolo e del prestigio della polizia non era rimasta minimamente turbata dalla visione degli ormai celebri abusivi immortalati dalle immagini viste e riviste in questi giorni.

Tuttavia, non si può negare come questa decisione arrivi dopo che quelle stesse immagini sono state mostrate fino allo sfinimento. E se ciò rappresenta una vittoria dell’opinione pubblica, dall’altro viene da chiedersi: e se non ci fossero state le immagini? L’intenzione di “non nascondere nulla” è sincera o motivata solo dalle contingenze?

Il dubbio c’è, e i precedenti – restando all’area di Milano -non mancano.

Davide e Federico infatti, i massacratori di anziani che di mestiere facevano i poliziotti, raccontarono all’inizio una versione dei fatti ridicola, secondo la quale il 64enne da loro sfigurato a suon di calci in faccia si era procurato quelle ferite da solo, cadendo per terra perché ubriaco dopo aver gettato una pistola – mai ritrovata – nel Naviglio. Eppure furono creduti. Fino a quando, per puro caso, spuntò un video di una telecamera di sorveglianza. E se questo video non ci fosse stato? Che sarebbe successo?

Per non parlare di quanto accaduto circa tre settimane fa nel famoso rave di Cusago. La notizia è ormai scivolata via, senza che nessuno – e dicasi nessuno – dei grandi giornali abbia voluto perlomeno intervistare le decine di ragazzi che su internet raccontano storie che non hanno niente, ma proprio niente da invidiare a quelle “raccontate” dalle immagini che hanno portato alle inchieste di cui sopra. Quella volta, purtroppo, le telecamere non c’erano, e invece di un’inchiesta – il cui fine è accertare la verità, non stabilirne una a priori – abbiamo le parole del questore di Milano che considera l’operato della polizia in quell’occasione”perfetto”.

Certo: è facile pensare come il “peso specifico” di un gruppo di ravers coi cani con l’intento di ballare ( e tutto il resto) sia sicuramente inferiore a quello degli “studenti impegnati” che marciano compatti “per cambiare il destino del mondo”.

Ma un abuso è un abuso, ovunque venga commesso. Non ci sono figli  e figliastri, specie se una persona finisce in coma.

Le inchieste, quindi, vanno fatte sempre. E non solo quando, grazie alla pressione dell’opinione pubblica, farne a meno risulterebbe grottesco.