NON NOMINARE IL NOME DI ANDY INVANO


 

C’è poco da fare. Quando a Milano qualcosa funziona, cioè “fa fare soldi”, tutti ci si buttano a pesce. Del resto c’è la crisi, e si cerca di svoltare come si può.

Da qualche anno va di moda il termine “street art”, ovvero pubblicizzare, con scopo di lucro, i propri prodotti (tele, disegni, poesie, ristoranti, locali, capi di abbigliamento, sé stessi) sui muri della città, per poi magari prendersela e fare la morale a chi usa gli stessi mezzi ma senza lo scopo di lucro (i writers).

Mandanti di questo andazzo, i giornalisti, che ci piace immaginare mentre fanno a gara a chi scopre l’ultima stranezza, l’ultima rarità, e tra una tartina e l’altra, ad un happy hour in Ticinese, si autoproclamano “trend setter”.

L’ultimo arrivato, in questa corsa al trafiletto, è Stefano Landi del Corriere, che oggi si occupa  del signor Maurizio Romani. Il quale Romani, per aver scritto a pennarello alcune frasi su dei manifesti in  Corso di Porta Ticinese – frasi che, lo diciamo sottovoce, nessuno ha mai cagato –  viene celebrato come “avanguardia artistica”, interprete “dell’ultima forma d’arte urbana”, fine poeta dall’ironia contagiosa.

Pensando di trovarci davanti  a un nuovo Montale, eravamo ansiosi di sapere quali fossero i ditirambi di cui il Romani è capace, e di cui il Landi tesse le lodi sul sito del Corrierone.

“lungimiranza: vedere bene da vicino”. “spesso quando i figli diventano indipendenti diventano dipendenti i genitori”. Seguono detti milanesi da osteria, una citazione di Brecht, e l’idea – situazionista oltre ogni limite, anche se qui non è chiaro se il padre sia proprio il Romani – di chiamare “drinkasi” i bar e “sparapanzasi” il venditore di divani.

Lasciando ad altri i commenti (non siamo colti come il Landi e quindi non abbiamo titoli per commentare l’Arte) andiamo avanti. Nell’articolo infatti, il Romani ha motivo di dolersi. Una mano ignota, nottetempo, ha imbrattato le sue creazioni. Orrore! Il Landi, sbalordito di come possano esistere mani così insensibili all’arte, lancia i suoi strali contro il vandalo condannandolo al pari di colui che deturpò la Fontanadi Trevi. E addirittura, nell’articolo, si ipotizza che i responsabili del gesto siano nientepopòdimeno che dei pericolosi “neonazisti”.

Non sappiamo come finirà l’intricata vicenda, e ci dispiace sinceramente per quanto accaduto. Vorremmo però chiedere, sommessamente, con che diritto e in nome di quale principio  si danno giudizi non solo estetici ma etici. Non si attacca un singolo ma una categoria. E quindi, per l’ennesima volta, si carica a testa bassa contro i writers,  sostenendo contemporaneamente che frasi tipo “se si vive in mezzo alla merda si diventa stronzi per osmosi” siano virtuosismi paragonabili alle opere di Andy Warhol, che  “aumentano la quota-sorrisi della zona” trasformandola in “via dell’Ironia“.