LA STRANA STORIA DEL RAVE DI CUSAGO

 

Oggi parliamo di quanto accaduto a Cusago, paesino in provincia di Milano stretto tra Bareggio e Trezzano sul Naviglio, finito qualche giorno fa al centro di una vicenda tanto grave quanto strana. Ci riferiamo, come avrete capito, allo scorso week end, allo sgombero dell’area “dell’ex Standa”, una zona dimenticata da Dio dove oltre mille persone si sono ritrovate per un rave illegale, e che ha portato al ferimento di una ragazza di 22 anni che al momento, mentre scriviamo, è in coma farmacologico.

La vicenda è stata raccontata, ufficialmente, in questo modo. L’articolo è un po’ lungo, ma vale la pena cliccarci sopra e leggerlo tutto.

 

Chiunque abbia un minimo di familiarità con simili casi, capisce subito che c’è qualcosa di insolito. Insolito è il dispiegamento di forze dell’ordine; insolita la presunta  reazione dei partecipanti al rave; insolita la presunta durezza della reazione della polizia. E poi, quel racconto sulla dinamica che ha causato l’incidente della ragazza

finita a terra scappando mentre attorno si scatenava la guerriglia tra poliziotti e ravers. Cadendo ha battuto la testa su un calcinaccio

che detta così, sembra la descrizione di una “caduta attiva“, qualcosa di simile – ma si tratta di una coincidenza, per carità – all’iniziale versione dei fatti data da Davide e Federico, i due agenti in borghese che lo scorso maggio massacrarono a calci un anziano. Anche loro, prima di essere incastrati dalle telecamere, dissero che l’uomo era inciampato e aveva sbattuto la testa, non su un calcinaccio ma un marciapiede.

Noi, però, abbiamo contattato un ragazzo (B.T. , 23 anni) che a quel rave era presente, e che – stando a quel che racconta – ha visto coi suoi occhi l’episodio in questione. Ecco la sua versione dei fatti.

quando i poliziotti hanno fatto iruzione nel capannone ho visto subito che avevano il sangue negli occhi. Ho avuto la sensazione che non fossero li per il semplice fatto di sgomberare, ma per ammazzarci di legnate. E  infatti ci hanno bastonato, manganellato e quant’altro. Hanno iniziato a caricare brutalmente manco fossimo stati un gruppo di bestie: ovvio che poi la gente non prende mazzate a gratis e abbiamo deciso di reagire anche noi. Ripeto, è stata – come posso dire – una difesa, anzi, un “tentativo” di difesa, inutile e folle vista la diversità delle forze. Infatti, ben presto, loro hanno preso a sparare dei lacrimogeni ad altezza uomo.  Poi, dopo la prima carica, si sono diretti verso il sound per rompere i coni delle casse i mixer e tutto il resto. Poco dopo – c’era un attimo di tregua – mi sono girato e ho visto degli antisommossa aggredire una ragazza rimasta da sola con manganellate al volto e ho avuto una paura fottuta, perchè se uno vuole semplicemente sgomberare non colpisce ripetutamente la testa di una persona. A quel punto la ragazza è rimasta a terra e dopo alcuni minuti è arrivata un’ambulanza, non so se chiamata da qualcuno di noi o dagli agenti. Però gli agenti si sono messi di mezzo, impedivano ai paramedici di entrare e i paramedici si sono incazzati, gridando,  perchè impedivano il soccorso alla ragazza. A quel punto la situazione sembrava essersi stabilizzata. Poco dopo ci siamo ritrovati io e un altro mio amico scampato alle manganellate nel piazzale sempre dentro alla ditta dismessa. Siamo tornati indietro, principalmente per vedere in che condizioni era il sound e di punto in bianco è scoppiato il delirio, sia dentro il capannone che fuori. Ci hanno caricato con una violenza pazzesca. Io e il mio amico siamo scappati al volo,  siamo entrati in un cantiere dove c’erano dei lavori in corso e da lontanto si vedevano tantissimi agenti che davano addosso ai ragazzi. Ce ne siamo andati credendo che fosse finita ma ci sbagliavamo. Non contenti, hanno iniziato a fare i posti di blocco. E quando ne ho passato uno, un agente mi ha tirato una scudata nelle costole mentre io ero girato di spalle e non lo stavo neanche calcolando. Passato quello mi chiama una mia amica, in lacrime, e mi fa “guarda ci hanno fermato siamo in 20 persone ci hanno messo in un angolo e ci hanno pestato brutalmente anche se noi avevamo le mani alzate per arrenderci”.

Insomma, una versione dei fatti molto diversa da quella “cristallizzata” che abbiamo letto sul giornale, dove pare che i corpi si muovano per caso o per inerzia e non perché mossi da una precisa volontà. Detto questo, non c’è alcun motivo per cui la versione del ragazzo sia vera e quella “ufficiale” no. Basta fare delle indagini. Dopo la Diaz si è detto che casi così non devono più accadere perché “indegni di un paese civile” e che la prima vittima “è lo Stato”. Bè, ora lo Stato ha la possibilità di accertare i fatti, magari cominciando a cercare e ad interrogare i paramedici.

Tre considerazioni finali:

1) Una posizione molto comune oggi è il definirsi, sempre e comunque, “dalla parte della legalità“. E’ una posizione condivisibile e condivisa da molti, e certamente non è nelle intenzioni di nessuno (tantomeno nostro) difendere un ipotetico diritto a organizzare rave illegali dove si sa quel che accade. Proprio per questo, per i numerosi sostenitori di questa posizione, dovrebbe essere molto più inaccettabile anche la sola, piccolissima possibilità che il racconto del ragazzo corrisponda al vero. Aspettiamo quindi che i numerosi difensori della legalità facciano sentire la loro voce, e chiedano compatti che si arrivi a scoprire come è stato possibile che una ragazza di 22 anni si trovi in questo momento in coma.

2) Il segretario provinciale del Siap – uno dei sindacati di polizia – nel lamentarsi per la decisione di contrapporre le forze dell’ordine ai”manifestanti” perché “troppo esigue nel numero”, ha detto che “poteva scapparci il morto“. Forse è stato informato male, ma in questo momento, lo ripetiamo, c’è ancora la possibilità concreta che il morto ci scappi. A cosa si riferiva dunque, il segretario? Al fatto che “il morto” scappasse tra le forze dell’ordine? Ma questo, quindi, cosa presuppone? Che un morto “dei nostri” ha un peso, e uno “dei loro” un altro?

3) Sul Corriere ha trovato spazio un tale chiamato “Dj Aniceto“, che noncurante  della gravità della situazione – per non dire della drammaticità – ha elemosinato la sua fetta di notorietà rilasciando dichiarazioni in cui ha sostenuto che  bisogna “vietare i rave”. Oltre al fatto che i rave sono già vietati, vorremmo far riflettere sul ruolo di questo personaggio.  Prima, guardatelo in questo video, impegnato al “Chiambretti Night” a litigare con i Club Dogo. E poi calcolate che lo stesso è, da anni, “membro della consulta degli esperti e degli operatori per il dipartimento per le politiche antidroga” alla dirette dipendenze di Palazzo Chigi e del Governo Italiano. Così, giusto per darvi un’idea del contesto generale.

 

P.S La foto iniziale è tratta dalla fotogallery del Corriere.it