SIAMO TUTTI SALLUSTI?

Georges Picquart

 

Ok, non c’è dubbio, i magistrati permalosi che querelano e si giudicano tra di loro sono oggettivamente un problema – esistono casi più clamorosi di questo – e pure il fatto che sul tema il nostro ordinamento giudiziario sia assai discutibile è incontrovertibile. Però sul caso Sallusti sarebbe interessante fare alcune precisazioni, ricordando qual è il merito della questione in un momento in cui in molti rispondono alla chiamata alle armi e su twitter si diffonde l’ashtag #siamotuttisallusti. Perché di questa vicenda si è parlato molto circa la conseguenza – la condanna alla galera – ma poco della causa, l’articolo da cui è nata l’intera vicenda.

I fatti: nel 2007 una ragazzina di 13 anni, a cui già tocca una vita piuttosto difficile, si accorge di essere incinta, e siccome non vuole dirlo al padre, di concerto con la madre, invece di abortire in clandestinità si rivolge alla magistratura per ottenere il consenso. Il Tribunale di Torino, esaminata la situazione, lascia alla ragazzina, e alla madre, libertà di decisione.  Successivamente filtra una notizia secondo cui l’aborto sarebbe stato “imposto” dai magistrati contro la volontà della tredicenne, che però viene smontata in poche ore da un’Ansa, e tutti i quotidiani fanno chiarezza. Tutti, tranne uno. Si tratta di Libero, diretto allora da Sallusti e diverso da quello attuale, che fregandosene della smentita disponibile da ore pubblica l’articolo in questione, farcendo la frottola dell’aborto imposto dal giudice con una serie non di “opinioni” ma di “fatti” completamente inventati di sana pianta.

“Un’adolescente di Torino” è l’attacco del pezzo “è stata costretta a sottomettersi al potere di un ginecologo che (…) le ha estirpato il figlio e lo ha buttato via”. Non è un’opinione, come si vede, ma il racconto di un fatto, già smentito e completamente falso. Arricchito da particolari come “Lei non voleva. Si divincolava. (…) Non sentiva ragioni perché più forte era la ragione del cuore infallibile di una madre”. Altro che opinioni, quindi: si mente sapendo di mentire, insultando la madre e il padre (tra l’altro inconsapevole dell’intera vicenda) in questo modo: “i genitori (..) hanno deciso che il bene della figlia era l’aborto (..). Strappare in fretta quel grumo dal ventre della figlia prima che quell’intruso frignasse”. Oppure immaginando virgolettati strappalacrime anch’essi frutto delle fantasie del “cronista”: “la piccola madre aveva gridato invano: se uccidete mio figlio mi uccido anch’io”. Insomma, si strumentalizza un fatto delicatissimo,e ci si ricama sopra una sequenza incredibile di balle con l’unico obiettivo di confezionare un articolo-icona della peggior propaganda ultra-cattolica. Fino a quando, prima della chiusura, l’autore si augura una bella “pena di morte per i genitori, il ginecologo, e il giudice”.

Che cosa c’entri dunque “l’opinione” e di cosa quindi stiano cianciando tutti gli illustri commentatori che in questo momento si stracciano le vesti per la possibilità che un giornalista “vada in galera per un’opinione” è dunque un mistero.  Ma se, da sempre, abbiamo letto articoli o assistito a monologhi violenti, sprezzanti, ingiuriosi, dove si definiva l’avversario di turno un mafioso, un ladro, una puttana, un frocio eccetera eccetera qualcuno ha mai letto una simile, premeditata sequenza di bugie su un fatto di tale drammaticità?

Ma andiamo avanti. Si dice adesso che l’articolo non venne scritto da Sallusti, e che quindi il responsabile deve essere il cronista e non il direttore. Ora, è sicuramente vero che ormai la legge sulla responsabilità penale del direttore su tutto ciò che viene pubblicato è inattuabile (anche se, occorre dirlo, il ruolo del “direttore responsabile” fa parte di quelle anomalie italiane da sempre volute e difese dai giornalisti stessi a protezione della loro casta. Lo vogliamo abolire? Bene. Aboliamo pure l’Ordine però, come in tutti i grandi paesi del famoso “giornalismo anglosassone”). Però ora risulta che l’articolo venne scritto da Renato Farina alias l’Agente Betulla,  lo stesso che – come riporta la sua pagina di wikipedia – venne radiato dall’Ordine per aver collaborato coi servizi segreti e aver pubblicato notizie false in cambio di denaro. All’epoca del pezzo di Dreyfus, Farina era già stato sospeso, e questi fatti erano già noti: perché, dunque, gli è stato concesso di scrivere un articolo del genere ? Perché nessuno, conoscendo il “vizietto” del Betulla, si è accorto che quell’articolo grondava falsità smentite da tutti i giornali? (che poi, anche qui: Betulla si sveglia 5 anni dopo, e dopo due giorni che gira la notizia dell’arresto. Mah.)

Ci sono poi un po’ di coincidenze. Tutto questo avviene nel 2007, quando – come si ricorderà – la guerra all’aborto diventa improvvisamente il tema in cima ai pensieri di una parte del centro-destra (allora impegnato nella riconquista del voto cattolico), cosa che sfocerà, alle successive elezioni politiche, nella famosa “Lista Per la Vita” di Giuliano Ferrara, notoriamente grande amico del Betulla. Intendiamoci, questi sono fatti che non hanno alcun legame tra loro: che però possono far pensare che quella strumentalizzazione condita da incredibili menzogne potesse, all’epoca, far comodo a qualcuno.

Insomma, è certamente la prima volta che si sente di un giornalista che per un articolo – e non, come si è visto, per un’opinione – viene condannato alla galera (che poi, se ti condannano a pagare 50 mila euro, come capita con assoluta normalità, non è che sia una passeggiata). E questo è da condannare. Ma è anche la prima volta che ci si trova davanti a un articolo di questo tipo, che costituisce, pure quello, una pagina brutta, bruttissima nella storia della stampa di questo paese. E allora, aldilà della galera – sbagliata – e del risarcimento al magistrato – giusto o sbagliato che sia: chi risarcirà i lettori per aver letto quell’articolo completamente falso (che Libero non si prese mai, neppure in seguito, la briga di smentire)? E’ giusto, su un tema del genere, inquinare il pubblico dibattito riportando menzogne completamente inventate? E se, come è ovvio, non è giusto, che sanzioni devono essere prese? Uno che scrive un pezzo del genere, e un altro che – guardacaso – non controlla, sono idonei a svolgere il mestiere di giornalista?