C’ERA UNA VOLTA A MILANO

Vere storie milanesi da sfogliare sotto l’albero. Auguri!

 

1) BIANCANEVE


Biancaneve la incontrate in Corso Como, al calare della sera. Ha un nome breve, un cappotto lungo e un taglio di capelli che non si usa più.
Da queste parti, argomenta con voce flautata, non ci viene mai perchè non le piace l’ambiente, ma per caso stasera passava proprio di li: fosse per lei, una piccola enoteca senza pretese. All’aperitivo a lungo indecisa se ordinare un analcolico a base di frutta, ma alla fine opterà per un bicchiere di vino rosso. Dopo un po’ si toglierà la giacca e a quel punto la generosa scollatura del vestito, l’orlo sopra le ginocchia, vi coglierà un po’ impreparati. Ma nooo vi rimprovererà con imbarazzo: è che per lei quel vestito era un po’ troppo, ma la sua coinquilina l’ha convinta, diceva che stava così bene…fosse stato per lei, un paio di jeans e un maglia.
Poi le chiederete cosa vuole fare – una passeggiata in centro? – ma lei rilancerà chiedendovi di accompagnarla all’Hollywood. E se la guarderete con stupore, è solo perchè ancora non sapete che lei per coincidenza conosce il capo dei pr, erano compagni di scuola ormai tanti anni fa. Un drink veloce, che tanto lei non paga, e poi di corsa a nanna che domattina deve alzarsi presto.
Così la seguirete all’Hollywood, la vedrete salutarsi con affetto col capo dei pr  ma poi pure con il vice capo dei pr, e con lo schiavo dei pr e poi con la cassiera, le due guardarobiste, il rosaiolo appostato sulla porta, tutti i buttafuori, le cubiste, i sei barman il vocalist e il dj. E se vi sembrerà curioso, sbaglierete: a furia di venire a salutare il suo vecchio compagno ha fatto amicizia un po’ con tutti. Bizzarro, vero? Di solito non socializza con nessuno. E invece qui si sente a casa, e infatti la faranno entrare nel privè e lei sicura, come se appunto fosse a casa sua, si siederà a un tavolo con davanti una bottiglia.
E prima di riuscire a chiederle qualsiasi cosa, arriveranno i sette nani, sette meridionali bassi, con la camicia azzurra e le iniziali, che insieme a lei si scoleranno la bottiglia e poi un’altra e un’altra ancora cantando Oi vita oi vita mia. E quando forse-forse inizierete ad intuire, lei sarà già in piedi senza scarpe, sul tavolino, a bere a canna e a passarsi i cubetti di ghiaccio con i nani bocca-a-bocca.
E sarà allora, nel preciso istante in cui la vedrete riemergere dal bagno con gli occhi più rossi di una mela, che capirete il perchè, da anni, la chiamano tutti Biancaneve.

 

2) MARY POPPER


Mary Popper vi da appuntamento al Plastic, anzi no, col cazzo che tiro fuori 30 euro, andiamo al Rocket che è gratis.
Ha un nome rock tipo Alex, o Kathy detta Kate o Sarah con la acca. Si veste dark, ma non rinuncia ai tacchi. Appena entrata ordina una media, e non provare a fare il gesto di pagare tu, maschilista del cazzo, che poi così mi fai sentire in debito e in cambio vuoi un limone.
Vi presenta a Barbarella Psychedella,  e voi avrete la netta sensazione di essere il presentato numero duecento: ma si, chissenefrega, basta con queste bigottone delle milanesi tipo, e il romanticismo e la cavalleria e ‘ste puttanate. Finalmente un po’ di amore emancipato! Così, seduti al bancone, divisi solo dalla sua borsa di pelle nera, ascolterete con interesse i racconti dei suoi incredibili inter rail tra Berlino e Amsterdam, l’analisi comparativa dei diversi tipi di charas, le invettive contro un suo vecchio ex che le voleva impedire di abortire. <<Fanculo!>> Si, cazzo, fanculo! Viva la libertà, viva il rock, viva la vita e a fare in culo la Cattolica.
Poi però nell’aria comincerà a suonare una canzone, una qualsiasi, di quelle ascoltate e riascoltate mille volte. E improvvisamente, sul suo viso, comparirà un’ombra sinistra. Frugherà vorticosamente nella borsa, senza fermarsi, come alla disperata ricerca di qualcosa. E se le chiederete <<tutto bene?>> vi dirà che no, che c’è qualcosa che non va, che tra lei e suo padre è un po’ che le cose non funzionano a dovere e quella canzone le ricorda quando invece funzionavano. Grazie al cielo il disco miagolerà nel nulla, ma dopo un paio di canzoni, accadrà la stessa scena. Lei riprenderà a frugare nella borsa, con quell’aria definitivamente affranta, dicendo che forse avrebbe dovuto fare come diceva sua madre e iscriversi a legge, invece di fare quel corso di fotografia. Proverete a cambiare argomento, ma non ci sarà verso: nuova canzone,  nuovo frugamento di borsa e nuova paranoia, perchè forse non avrebbe dovuto sgridare così tanto il cane quando cagò sul divano comprato da Cargo. Cercherete di farla bere, ordinando una seconda e poi una terza media, ma otterette l’effetto contrario: lei, sempre alla frenetica ricerca di qualcosa – ma cosa Cristo, cosa! – in quella borsa enorme scoppierà a piangere pensando a tutto il Bygon steso in cucina ad agosto prima di partire per le ferie che chissà quante povere formiche ho ingiustamente ucciso. E il pianto si trasformerà in disperazione pura quando, senza smettere di frugare, si ricorderà di aver causato, con quella dieta a base di yogurt che faceva a 17anni, lo sterminio di villaggi interi di fermenti lattici vivi.
Finalmente, quando sarete solo alla ricerca di una via di fuga, lei troverà quel maledetto oggetto che andava avanti a cercare da oltre un’ora.
Una boccetta di Prozac. I dottori le hanno fatto divieto assoluto di uscire senza.

 

Foto Credit: www.fablegirls.com, la nuova serie presentata poche settimane  fa al Roma Fiction Festival.

 

P.S. Il blog saluta, va in vacanza e tornerà (si spera) a un certo punto di gennaio.