LO SMERALDO E L’INGLESE DI BRAND’ALFONSO

 

Dopo il nostro articolo di giovedì, il caso della chiusura del teatro Smeraldo è prepotentemente finito al centro del dibattito pubblico milanese. Su questo blog (a proposito: quando si riprende un articolo, ricordarsi la fonte, grazie n.d.r.) è addirittura intervenuto l’assessore Franco Brand’Alfonso in persona: ecco il suo intervento.

 

Caro Cavalli,
in effetti non c’è stato nulla da festeggiare per la chiusura dello Smeraldo ( casomai solo da asciugarsi le lacrime da parte di chi ha venduto l’immobile, pare piuttosto bene…), eravamo lì a festeggiare la chiusura del cantiere che Albertini-Moratti hanno tenuto sette anni e Lucia Castellano ha chiuso in sette mesi ( e se non fosse arrivata lei sarebbe tuttora aperto, credimi..) . Il “supermercato” di cui parli è Etaly , struttura leggermente più complessa da definire come tale e che a Torino ed a Roma ha rivitalizzato due zone abbandonate e degradate, che Milano è felice di ospitare per molte ragioni, a partire dalle 600 persone che occuperà per questa sede. La localizzazione in piazza xxv aprile non è stata decisa da noi , ma dalla trattativa privatissima tra Longoni e Etaly. Ho parlato di Food district, che è un progetto di recupero dell’intera zona ( dal degrado di corso Como al nuovo erribile quartiere delle ex Varesine ) per il quale la presenza di Etaly potrebbe essere molto utile.
Infine, a decisione di chiudere e vendere lo Smeraldo presa di fronte ad un notaio più di un anno fa, ti faccio notare che questa Giunta e segnatamente io stesso e l’assessore De Cesaris , si sta impegnando per la prima volta in maniera fattiva ( chiedere conferma all’ex proprietario dell’immobile) di trovare nuova sede allo Smeraldo come ad altre istituzioni teatrali lasciate nel degrado ed abbandono.
Io che notoriamente me ne frego più di te delle cortesie di partito, mi chiedo cosa ci sia da criticare in questo caso. Sul serio.

Franco D’Alfonso

 

Ora, noi non vogliamo entrare nel merito della querelle tra l’assessore e Longoni, il patron dell’ormai ex teatro di piazza XXV aprile (la cui risposta la trovate qui). Ci limitiamo a un paio di considerazioni:

1) Il supermercato (così è definito dal suo fondatore, lo stesso di Unieuro) che prenderà il posto del teatro si chiamerà Eataly (ce ne sono di identici in altre parti del mondo). Bene, qualunque studente che abbia studiato inglese almeno alle elementari coglie il sapido gioco di parole, una crasi tra “Italy” e il verbo “eat”, ovvero mangiare.

L’assessore D’Alfonso, evidentemente no. Come vedete dal testo, lui lo chiama “Etaly”  E non si tratta di un lapsus, perchè il supermercato viene nominato più di una volta, e sempre in questo modo: Etaly.

Ma non è proprio Brand’Alfonso quello che negli ultimi tempi se ne è uscito dicendo “voglio rilanciare il brand Milano e trasformare i milanesi in smart citizens“, come fosse un Lapo Elkann qualsiasi? E poi fa un errore di inglese che nemmeno Aldo Biscardi?

Eh no, assessore, questo non è assolutamente smart. Prima di rilanciare il brand Milano nel mondo, forse è meglio dare una ripassatina al libro di inglese, non le pare?

2) Ma l’opinione pubblica di Milano si accorge adesso che faranno un supermercato al posto di un teatro? Non per altro, ma noi la notizia l’abbiamo data il 10 febbraio, in questo articolo intitolato proprio “Dal teatro al supermercato“. Bè, come mai solo ora, a cose fatte, da più parti ci si è buttati a testa bassa sul tema? Eppure, come si legge, anche allora Brand’Alfonso si gasava sul “food distict”. Perchè giornali, opinionisti e consiglieri se ne fregarono altamente? La chiusura nel silenzio di un teatro Simbolo di Milano per far posto a un supermercato è la tipica cosa che ci si aspetterebbe dalla Moratti. Il fatto che ciò avvenga oggi, è qualcosa che ha lasciato i milanesi basiti (se l’assessore vuole, gli mandiamo i dati sulle views delle pagine del nostro blog dedicate all’agomento: sono tra le più lette). Non si poteva parlarne in modo più approfondito?

La partecipazione, la necessità di spiegare, di coinvolgere i cittadini, vale sempre oppure no?

3) A proposito. Settimana scorsa c’è stata un’altra querelle -l’ennesima – tra lo stesso Brand’Alfonso e l’assessore alla cultura Boeri. I due non sono grandi amici: celebre è la frase che Brand’Alfonso avrebbe dedicato all’archistar, quando invitò Pisapia a “staccare la spina a Boeri” (punto di vista molto bizzarro: Boeri alle elezioni ha preso 13 mila preferenze, ergo staccare la spina a lui, vuol dire staccarla a 13 mila elettori. D’Alfonso invece non è stato votato da nessuno, essendo che lui, alle elezioni, manco era candidato.) Tema: lo sfruttamento commerciale di Piazza Duomo. Secondo Boeri, la piazza va usata anche per grandi concerti o eventi musicali di un certo livello. A questa idea, Brand’Alfonso si è opposto con forza: “no a iniziative estemporanee in Piazza Duomo, la piazza deve essere di tutti.”.

Punti di vista opposti quindi, e chissà chi è che ha ragione. Noi però avremmo una domanda, riguardo a questo niet di Brand’Alfonso. Se la piazza deve essere di tutti, perchè lo scorso inverno è stata autorizzata una porcata come questa?

 

Ve lo ricordate? Era il ristorante che ha deturpato Piazza Duomo per mesi, una mangiatoia di lusso da 300 euro a persona. Un posto per ricchi dunque, che rovinava il panorama a tutti. Bè? Come mai quella roba si e un concerto di una grande rockstar no? Certo, il Comune in cambio del via libera all’installazione del ristorante incassò dei soldi. Ma sapete quanti? Si disse trentamila euro. Bastano trentamila euro perchè la piazza simbolo della città possa esser violentata? E anche fossero stati di più, cambia qualcosa?

Certo, ogni situazione è diversa da un’altra, ma come per il caso del teatro Smeraldo, la sensazione di una certa continuità tra la Milano di Brand’Alfonso e la Milano del PDL resta. Ed è molto fastidiosa.