FIGLI D’ARTE E FIGLI DI NESSUNO

 

Corriere della Sera di oggi, pagina 6. Titolo: DISOCCUPAZIONE GIOVANILE, MAI COSI’ ALTA.

In Italia infatti il 36% del giovani tra i 15 e i 24 anni è senza lavoro. Dati terribili, ma nella stessa pagina, come si vede, il giornale di via Solferino decide di raccontare alcune “belle storie” di giovani che nonostante la crisi, grazie al sacrificio e alla loro inventiva, ce l’hanno fatta contro tutto e tutti.

E così, ecco che ci presentano Giovanni Daprà, “milanese di 28 anni” che “ha avuto il fegato di lasciare Londra per farsi la sua start up in Italia”. Giovanni, raffigurato in un accattivante posa di tre quarti, in occhiali scuri sotto un sole probabilmente lagunare, ci racconta la sua storia: dopo la laurea di ordinanza in Bocconi partì per Londra per fare un master, ma dopo 3 mesi venne assunto alla Deutsche Bank, che a 22 anni “lo mise a operare sul trading floor“. Giovanni, interviene il giornalista, visse così “50 anni di finanza in 5 anni“. Poi, la grande intuizione: nel 2010 lascia Londra perché capisce che “quel sistema non aveva futuro, non era sostenibile”, e con sprezzo del rischio torna in Italia e insieme a un ex “googler” (qualunque cosa voglia dire: forse uno che passava tanto tempo su Google?)  fonda MoneyFarm, un’azienda che “si occupa di tagliare i costi tecnologici delle piccole aziende per permettere anche ai piccoli investitori di avere servizi personalizzati.”

Hai capito, il Giovanni Daprà eh? Mentre voi siete stati sul divano a scorrere gli annunci di lavoro e a lamentarvi con gli amici perché trovate solo stage, lui  fondava start up tecnologiche insieme agli ex googler. E meno male che c’è il Corriere a raccontare ai giovani italiani storie come queste, di vita vera, di ragazzi esemplari che solo col sudore della fronte arrivano in alto, senza l’aiuto di nessuno. O no?

Chissà. Si perché questa storia, raccontata in contrapposizione alla notizia sulla disoccupazione giovanile, ce ne ha fatta venire in mente un’altra. Eh si, la storia del mitico Nicolò, quello che nell’home page gridava alla sua generazione di non fare “i mammoni piagnucoloni” (sic!) e di darsi da fare che la crisi non era poi tanto male: peccato che dal suo curriculum si evinceva, chiaramente, come il buon Nico avesse, dalla sua, una famiglia piena di grano.

Così, ci è venuto un sospetto: ma vuoi vedere che anche il Giovanni Daprà, celebrato in grande stile, ha avuto qualche aiutino? Così abbiamo fatto un’operazione semplicissima: siamo andati sul sito della sua start up così eroicamente creata. Come ci aspettavamo abbiamo dapprima scovato il Giovanni, in qualità di Co-Founder…

 

Eravamo li a ricrederci e pronti a congratularci di persona quando all’improvviso, scorrendo verso il basso la pagina…non potevamo crederci! Guardate chi c’è nel consiglio d’amministrazione!

 

Ma è Alberto Daprà! Giovanni Daprà – Alberto Daprà ! Uella, ma che coincidenza! E questo Alberto Daprà non è esattamente il primo arrivato: come si vede, nel campo economico-tecnologico ha un curriculum di primissimo livello, e – stando a quanto si dice su internet – sembra ben introdotto presso Comunione e Liberazione. Ma saranno mica parenti? No, perché così, a occhio, corrisponde tutto: l’età, Milano, la professione…ma allora come mai il giornalista non ne ha dato conto? Si è dimenticato di far la domanda?

E come mai Giovanni, nel raccontarci per il fino la sua splendida parabola, ha tralasciato questo piccolo, insignificante particolare?

Intendiamoci: con ogni probabilità il giovane Daprà avrà sicuramente tantissimi meriti, e gli auguriamo ogni successo. Ma il punto alla base della drammatica situazione del mercato del lavoro italiano è proprio questo: la mancanza di opportunità per chi è figlio di nessuno, per chi ha la sfortuna di partire veramente da zero. L’impossibilità, oggettiva, di penetrare certi ambienti solo sulla base del merito e non delle conoscenze.

E il fatto che il Corriere – come tutti i media ufficiali, come tutte le istituzioni di questo paese – insista ad ignorare il problema, e anzi continui a spacciare “figli d’arte” per “figli di nessuno” di successo, e utilizzi queste storie quasi per colpevolizzare tutti gli altri, è francamente offensivo.