CLIMA DI TENSIONE

 

Oggi ci occupiamo della storia di Davide e Federico, due ragazzi siciliani di 24 anni, di quelli tutti Hogan e pizzetto, che di mestiere fanno i poliziotti.

La notte dello scorso 20 maggio, si trovano in zona Navigli alle 3 di notte. Le strade sono deserte, come da ordinanza comunale i locali hanno già chiuso da un pezzo. Ma Federico e Davide, che magari hanno bevuto, di tornare a casa non ne vogliono sapere: così architettano una burla davvero spiritosa. Da un rosaiolo si impossessano di un mazzo di fiori, con l’intento di fermare le ragazze di passaggio e mettere in scena quegli approcci alla “Scusi, signorina…” tipici dei film di Alberto Sordi.

Ma le ragazze, vista l’ora, non passano, e il tempo invece si: così, dopo aver atteso a lungo, scorgono una donna accompagnata da un signore coi capelli bianchi. I due si avvicinano coi fiori e per ora non sappiamo cosa è accaduto nei secondi successivi: si sa che poco dopo, i due servitori dello stato in libera uscita buttano a terra l’uomo, all’anagrafe Vittorio Morneghini e cominciano a tempestargli il volto di calci dritti alla mandibola. Come da referto ospedaliero, finiranno per causargli un “fracasso di faccia” (testuale), con lesioni perfino a un bulbo oculare e diverse deformazioni permanenti al viso.

Successivamente, i due agenti racconteranno una versione difficile da immaginare anche per un bambino di sei anni col vizio di spararle grosse: l’uomo, a loro dire, avrebbe estratto una pistola, si sarebbe denudato, avrebbe messo loro le mani addosso e poi sarebbe crollato su se stesso (una sorta di malore attivo 40 anni più tardi) sbattendo la faccia per terra. Una specie di grottesca barzelletta, come si vede: peccato che sulla base di tale barzelletta il Morneghini, in ospedale, ci finisce piantonato per “resistenza a pubblico ufficiale”. Se sappiamo come sono andate davvero le cose, lo dobbiamo – grazie al cielo – a una telecamera di sicurezza della zona, le cui immagini, dopo diversi giorni, hanno smentito clamorosamente i due italianissimi ragazzi, con la passione delle belle donne e della divisa.

Il fatto è talmente grave che lascia interdetti perfino i vertici della polizia di stato a livello nazionale. I due vengono sospesi dal servizio venerdì 29 giugno, ad oltre un mese dall’aggressione: per oltre un mese dunque, pare che  i due “delinquenti di strada” (per usare le parole del gip) abbiano circolato per Milano con addosso le divise della polizia di stato. Ma è molto interessante ascoltare la dichiarazione del questore di Milano Marangoni:

”la forza dello Stato è quella di non nascondere nulla”.

Certo, Marangoni: ma  prima di questo, la forza dello stato è impedire a potenziali assassini di diventare poliziotti.

Stavolta c’era una telecamera: e se non ci fosse stata? Cosa sarebbe accaduto? E soprattutto: quante volte fatti come questi accadono senza che ci sia una telecamera a fare chiarezza?

Nel leggere la storia di due 24enni che deformano a calci la faccia di un 64enne senza alcuna motivazione logica, molti potrebbero pensare di avere a che fare con due semplici malati di mente. E invece no. Questi non sono malati di mente. Non solo, almeno. Soprattutto, sono impuniti.

Come impunito è Paolo Forlani, l’agente che insieme a tre colleghi – tra cui una donna – ha ucciso un ragazzo di 18 anni, Federico Aldrovandi e che proprio perché impunito – come stabilito dal Tribunale di Bologna non farà nemmeno un giorno di carcere – si permette di ingiuriarne la madre con parole che per pudore non riportiamo. Come impunito è l’agente scelto – nel senso di scelto male, malissimo – Spaccarotella, che gioca al tirasegno con la testa di Gabriele Sandri, scambiando l’autostrada per il luna-park.

Sono tutti figli della cultura dell’impunità che da sempre, ma soprattutto nell’ultimo decennio, alleggia intorno alle forze dell’ordine italiane: Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, oggi Vittorio Morneghini – colpevole di una mezza parola, forse di un bicchiere di troppo e che per questo non è morto ma porterà per sempre, sul viso, i segni del suo incontro con “i servitori dello stato” – sono la punta di un iceberg composto da decine e decine di episodi minori, di cui si parla poco o non si parla perchè purtroppo non c’è sempre una telecamera a riprendere. O magari, quando c’è, le immagini sono sfuocate: chissà cosa accadde davvero a Michele Ferrulli, 51 anni, quando il 30 giugno 2011 morì per arresto cardiaco a Milano, in via Varsavia, mente era “in custodia” delle forza dell’ordine.

Una cultura dell’impunità costruita sulla “solidarietà a prescindere” agli agenti della Diaz dal politico di turno a caccia di voti. Sulle condanne col bilancino, pesate chirurgicamente per evitare ai colpevoli anche un solo giorno di carcere, appellandosi ora a questo ora a quel cavillo procedurale, nonostante abbiano ammazzato una persona. Sul comandante dei vigili urbani di Milano Mastrangelo ancora al suo posto, nonostante lo scandaloso tentativo di coprire Alessandro Amigoni, il vigile col vizio delle armi da fuoco che sparò alle spalle di un uomo disarmato, uccidendolo. Sulle sospensioni tardive, sulle pistole ancora nelle fondine di chi ha usato quella stessa pistola per sparare in testa a un giovane che dormiva su una macchina.

Una cultura, infine, che finisce per coinvolgere e condizionare anche quella parte di forze dell’ordine– maggioritaria crediamo ma soprattutto, a questo punto, speriamo – che invece con la violenza bestiale e gratuita non ha mai avuto niente a che fare.

Quanti morti ancora dovranno esserci perchè si apra, da parte delle istituzioni, un serio dibattito sull’argomento senza distinguo di comodo, giustificazioni striscianti (il pezzo del Corriere Milano in cui si da conto di un precedente del 64enne Morneghini è in questo senso da manuale), senza inviti a smorzare i toni, senza imbarazzanti vittimismi?

Per adesso, viene solo in mente quella canzone di Lord Bean, che a sua volte citava il film “L’Odio”, di tanti anni fa: protetto dalla polizia ma da loro a noi chi ci protegge?.