DA FACEBOOK ALLA CRISI DEL DEBITO PASSANDO PER STEWIE

Mister Marketing

Mentre crollano le borse, e a 2 giorni dal Vertice dei Vertici, ecco un interessante contributo di un noto esperto milanese. 

 

Oggi parliamo di alcuni meccanismi resi possibili dai social network, tali per cui un adolescente di 15 anni con la passione di facebook e dei Griffin finisce per rischiare di essere un soggetto attivo nella crisi mondiale del debito. Intendiamoci: roba già conosciuta da tanti, ma magari non da tutti.

Partiamo dall’inizio. Poniamo che esista un’azienda – che chiameremo A – attiva in un qualunque settore, con un sito internet su cui vende i propri prodotti o servizi. Diciamo che A, visto il momento economico, cerchi nuove strategie per allargare il proprio giro d’affari e ipotizziamo che provi, per questo, ad aumentare il traffico online e quindi i potenziali clienti. Per farlo, è facile che si rivolga ad un’agenzia in questo specializzata, che chiameremo B. Di agenzie simili ne esistono moltissime, e sebbene abbiano tutte una denominazione un po’ diversa l’una dall’altra, si occupano di fatto della stessa cosa: aumentare il traffico internet sul sito del proprio cliente.

A stringe un accordo con B dunque.

E’ a questo punto che entra in scena il nostro adolescente, che chiameremo C. C è un tipico fancazzista da facebook, esce da scuola e invece di studiare si mette al computer, passando il tempo tra un video su youtube e una condivisione di un gruppo più o meno inutile. Un giorno in cui si sente più attivo del solito, C apre una sua fan-page dedicata a un calciatore, o a un attore famoso, o ancora a un personaggio popolare dei cartoni animati. Per esempio, Stewie dei Griffin.

 

 

Come si vede, C è talmente indolente che sbaglia pure a scriverne il nome (manca una i). Ma fa niente: la quasi totalità di queste pagine spariscono nel nulla, ma una piccola percentuale, come fosse un miracolo, finirà per diffondersi a dismisura. In breve tempo, la pagina su Stewie di C sfonda quota un milione di “mi piace”.

 

(a dire il vero, ci sono trucchi per aumentare anche questo dato. Ma ne parliamo un’altra volta). A questo punto C sarà molto contento, e probabilmente si vanterà coi suoi compagni di scuola. Ma la cosa, per lui, finirebbe li: le “pagine” facebook  – che dovevano essere la risposta di Zuckerberg a Twitter – sono luoghi assai poco dinamici e una volta che uno vi ha messo sopra il “mi piace” è difficile che torni a visitarla.

Però un giorno qualunque C riceve un messaggio inbox. A scriverlo è un responsabile di B – l’agenzia incaricata di aumentare il traffico internet sul sito di A – che dopo aver visto il numero di contatti realizzato dalla pagina di Stewie ha deciso di contattarne l’amministratore. Come mai? Perché la vuole comprare. Con grande stupore, C si vede offerti qualche centinaio di dollari per le chiavi d’accesso della sua pagina su Stewie, creata un pomeriggio qualunque e da allora quasi dimenticata.

Inutile dire che C accetta, dopo qualche giorno riceve il denaro e corre dai suoi amichetti a raccontare l’incredibile avvenimento.

B, invece, si ritrova padrone di una pagina i cui aggiornamenti, ogni giorno, saranno visibili sulle bacheche di un milione e passa di persone. E da quel giorno, ogni mattina, comincia a pubblicare un link che manda dritti al sito commerciale di A. Proprio così:

 

 

Non importa se A vende qualcosa che con Stewie dei Griffin non c’entra assolutamente nulla. L’importante è che se una persona su cento tra tutte quelle che ricevono quell’aggiornamento nella home ci cliccano sopra, A avrà ottenuto 10 mila click in più al giorno. E se il procedimento viene fatto non solo con la pagina di Stewie, ma – mettiamo – con altre 10 similari , e se su tutte queste pagine viene quotidianamente pubblicato qualcosa, il sito di A otterrà 300 mila click in più al mese.

A, in pochi giorni, ha quindi decuplicato il traffico sul proprio sito in maniera clamorosa. Al punto che ora è esso stesso oggetto del desiderio di qualcun altro. E di chi? Di un’altra agenzia che si occupa di vendere spazi pubblicitari – la chiameremo D, ma potrebbe anche essere la stessa B – che notando l’enorme traffico in entrata sul sito di A intende vendere il sito di A come bacheca per annunci pubblicitari di altre aziende.

A e D stringono allora un nuovo accordo. Sul sito di A compaiono pubblicità di un altro sito (chiamiamolo F) che paga D per essere ospitato sul sito di A. Un parte di questi soldi finisce ad A, il resto se li tiene D, mentre F vedrà, a sua volta, aumentare il traffico sul proprio sito (perché se una persona su dieci delle 300 mila che visitano quotidianamente A cliccherà su uno spazio pubblicitario, questo significherà ben 30 mila visite al giorno in più).

Questo meccanismo genera due conseguenze e ha una importante variante:

1) Può essere replicabile ancora: una volta che il traffico di F sarà sensibilmente aumentato, anche F potrà trasformarsi esso stesso in uno spazio pubblicitario appetibile. Su cui un’altra azienda, G, vorrà mettere la propria pubblicità. E così via.

2) Visto il profitto generato dal traffico e dalla vendita dello spazio pubblicitario, può accadere una cosa ancora più interessante.  Ovvero che A, l’azienda che una volta produceva un bene o un servizio, si faccia due conti, e capisca che ormai guadagni di più dalla vendita degli spazi pubblicitari sul suo sito che dal bene o servizio prodotto. E quindi smetta di produrre qualsiasi cosa, e diventi una mera vetrina. E’ il caso di alcuni siti “aggregatori” dei link più disparati. O di altri, cosiddetti, di “informazione”, che altro non fanno che fare il “copia incolla” di tutte le notizie battute dalle agenzie di stampa. In realtà, non sono che cartelloni pubblicitari virtuali che attirano su di loro una mole spaventosa di traffico – e quindi di soldi – perché terminali di riferimento delle pagine facebook di Stewie, i Simpsons, “Clicca se pensi che Belen è la Turbognocca migliore del mondo” oppure “Orgoglioso d’avere il tricolore italiano sul cuore azzurro come il mare”.

Variante ) L’agenzia B acquista come detto la pagina di Stewie. Ma lo fa per conto proprio, dopo essersi resa conto del gran numero di “mi piace”. E da quel momento pubblica sulla pagina una serie di link commerciali riconducibili non ad un’azienda sola (A) ma “al miglior offerente”: un giorno si vende un viaggio, il giorno dopo un ristorante, e l’altro ancora un sito di servizi finanziari o un quotidiano. Insomma, un grande cartellone pubblicitario costruito abusivamente sulla faccia del povero Stewie dei Griffith!

 

CONCLUSIONE:

Insomma a un movimento economico enorme non corrisponde niente di reale. Nè una merce, né un servizio: un vero e proprio colosso basato sul nulla, una grande bolla virtuale e  speculativa basata sul fancazzismo della gente che, annoiata in ufficio, clicca sulla promessa di uno sconto per le isole greche.

Tutto un po’ assurdo, e interessante di per sé. Ma abbastanza innocuo (basterebbe  levare il mi piace).

Però, volendo andare avanti, si può ragionare sul fatto che, come sappiamo,  Facebook poco fa sia sbarcata in Borsa. E aldilà delle – giuste – polemiche sul valore reale dei 38 dollari chiesti per una singola azione, è interessante rilevare come i due maggiori collocatori di azioni siano stati Morgan Stanley e Goldman Sachs. Ovvero due delle banche d’affari più grandi del mondo, con “in pancia” titoli di stato di mezzo mondo.

In altri termini: dentro le banche più grandi del mondo si trovano oggi i risparmi della maggior parte delle famiglie del pianeta, mischiati con le azioni di una società, facebook appunto, la cui importanza strategica e la cui forza e quindi la sua valutazione  è determinata anche (oltre che dalla pubblicità diretta che si acquista dentro il social network tramite le inserzioni, ovviamente) dai meccanismi  che è in grado di generare e che abbiamo prima analizzato.

Certo, sicuramente abbiamo semplificato e generalizzato tantissimo, e ci sono senza alcun dubbio moltissimi organi internazionali di controllo, di garanzia e di differenziazione. E la crisi del debito non è stata certo causata né dipende in prima battuta da questo.

Tuttavia il caso analizzato mostra, in maniera innegabile, come il tema di fondo sia assolutamente inedito: la merce è completamente scomparsa e in molti casi – non solo quello di facebook – economie “reali” convivono subdolamente con altre assolutamente “virtuali” di cui nessuno può determinarne gli sviluppi futuri. E questo quadro generale finisce per avvantaggiare un unico soggetto: la speculazione.

Senza dubbio, l’unico assolutamente tranquillo è il ragazzino ex proprietario della pagina di Stewie, che ora si è appena comprato un I-Phone nuovo. Con cui probabilmente andrà su facebook….