I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA DA FACEBOOK

 

 

Venerdì “Il Fatto Quotidiano” e “Libero” si sono divertiti a rileggere le dichiarazioni rilasciate a caldo da leader politici e opinionisti dopo l’attentato di Brindisi. Come si ricorderà, in quelle ore si era scatenata una specie di gara a mezzo stampa a chi la sparava più grossa: invece del basso profilo, per rispetto del lutto e delle indagini, chiunque avesse un ruolo pubblico, anche minimo, non resisteva alla tentazione di gridare ai poteri occulti, alla strategia della tensione, ai servizi segreti e soprattutto alla mafia.

Va bene la crisi, ma che un’organizzazione criminale abituata a muovere e piazzare quintali di tritolo si fosse ridotta all’uso delle bombole del gas, bè, era un particolare che da solo bastava a far nascere quantomeno un dubbio: ma ormai per molti  è come se la dichiarazione preceda il pensiero, tanto domani è un altro twitter e nessuno si ricorderà più del precedente. Per altri invece non si trattava di semplice faciloneria, ma di puro marketing: con l’anniversario della strage di Capaci “caldo”, e con tutti gli speciali, i dvd, i cofanetti, gli album fotografici dei grandi quotidiani in vendita in edicola o pronti ad andare in onda, c’era una gran voglia di far tornare la lotta alla mafia d’attualità: e così è stato.

Poi passano 3 settimane, la notizia nel frattempo scivola dalla prima pagina a pagina 10 e oltre; e  quando ormai l’anniversario è lontano e la Nazionale di calcio si prepara ad esordire agli Europei (l’unico altro argomento, oltre alla mafia, in grado di unire il paese) ecco che viene fuori Vantaggiato. Che poi magari, forse, si scoprirà che era un mitomane, o che aveva dei complici o che qualcuno ha chiuso un occhio: ma che, per bocca della procura, sgombra il campo dalla pista mafiosa.  Si, certo, può essere che abbia agito per conto terzi: ma se per uccidere Ambrosoli la mafia di Sindona e Andreotti si servì di William J. Aricò venuto appositamente dagli Stati Uniti, e se per uccidere  Falcone il compito fu appaltato a Brusca alias “Lo Scannacristiani” venuto appositamente da San Giuseppe Jato, è abbastanza inverosimile che questa volta il compito sia stato affidato a uno con una faccia che non gli affideresti nemmeno la coltura di un acro di terra.

Così uno ripensa a quel giorno, in cui in meno di due ore a Milano era stato organizzato un presidio contro la mafia in piazza della Scala, dove in mezzo a migliaia di cittadini si erano fatti vedere, in buon ordine e al gran completo, assessori, consiglieri, portaborse, fidanzate, maggioranza e opposizione, l’immancabile striscione “Se non ora quando” – ormai ospite di riguardo in qualunque iniziativa di piazza, uno slogan per tutte le stagioni, insomma – e molti sbandieratori di partiti ormai scomparsi dall’arco parlamentare. Tutti li, immortalati dalle foto regolarmente uscite su siti e quotidiani, tutti a dichiarare con un’aria così solenne da essere stata evidentemente studiata davanti allo specchio di casa, tutti a segnalare sui loro profili nei social network – in tempo reale, grazie alla tecnologia – di “trovarsi li” in quel preciso momento e rimediare così altra visibilità.

Certo, qualcuno dirà che è sempre il caso di dire NO alla mafia. Ma proprio perché la mafia è una cosa seria, non la si può trattare come il colesterolo, cui basta semplicemente dire appunto di NO. Magari si potrebbe cominciare ad andare oltre certe logiche, e rendersi conto che per “mafia” non si intendono  più quei killer dai soprannomi fantasiosi che parlano siciliano stretto e mangiano cannoli e gelati al gelsomino, cui si risponde di NO come fosse la fame nel mondo, un bel presidio e poi via tutti a casa, che la Sicilia dista 1000 chilometri. Per “mafia” si intende, per esempio, una parte  sempre più larga di discoteche e locali della città,  nelle mani, da anni, di società fittizie legate a prestanomi, quando non direttamente intestate ad esponenti mafiosi. E’ piuttosto bizzarro  prendere 30 like su facebook piazzando un frasone contro la mafia, e poi andarsene all’happyhour in un locale gestito dalla ‘ndrangheta, finendo per diventarne inconsapevoli finanziatori: però è esattamente quello che accade.

Luciano Liggio, capo di Cosa Nostra prima di Riina, venne catturato a Milano nel ’74,  dove viveva in via Ripamonti al 166. Da allora, Milano è diventata la terza o quarta città mafiosa d’Italia, e la mafia ne inquina e a volte condiziona gran parte delle attività economiche, da quelle più grandi e “invisibili” per la gente comune a quelle minime – come la gestione dei buttafuori nelle discoteche. E se non si fa sentire, salvo qualche auto, edicola o negozietto che ogni tanto va a fuoco, è solo perché tutto funziona a meraviglia.

Allora sarebbe bello che la politica lasciasse perdere la propaganda e cominciasse a mettere in guardia per davvero dal problema: facendo i nomi, obbligando a denunciare (i dati sui commercianti che in certe zone di Milano e provincia pagano il pizzo sono stupefacenti), dicendo chiaramente quali sono i posti e magari piazzandoci un bel cartello all’ingresso, spiegando per davvero come funziona e quali sono i metodi (la notizia che i primi sub-appalti per Expo 2015 sono già in odore di mafia, è passata praticamente sotto silenzio se rapportata alla gravità della cosa).

Certo, qualcosa è stato fatto, ma il caso di Brindisi l’ha mostrato alla perfezione: l’antimafia, per troppi, è ancora una bandierina da sventolare quando soffia il vento della visibilità mediatica. E poi basta, fino al prossimo “NO“.