L’ANARCHICO DI PIAZZA VETRA

Il mondo visto da una panchina. Un uomo oscuro, in perenne lotta contro tutto, temuto dai residenti e dai giovani della movida parla senza filtri. Post-ideologico. Ribelle. Per un nuovo ordine economico e sociale. 

 

 

Il ricatto ormai è palese.

I cosiddetti mercati, alimentati da soldi del Monopoli, e burattinato dai cosiddetti poteri forti dettano legge e decidono sulle nostre teste governi e politiche economiche. Soprattutto in Europa dove esiste – unico caso al mondo – una moneta unica per un’area geografica sterminata in cui di stati nazionali cen ne sono 17.

Non ci vuole una laurea in macroeconomia per sapere fare i conti. E non ci vogliono master alla Bocconi per capire che sostanzialmente il debito pubblico deriva dal disavanzo tra le entrate ordinarie di uno Stato e le sue uscite. Semplice, dirà qualcuno, basta ridurre queste uscite e aumentare le entrate e il gioco è fatto. Cazzate.

Al di là di qualche spicciolo che si può risparmiare riducendo lo stipendio dei parlamentari e degli eletti – tanto per soddisfare gli aneliti qualunquisti dei più invidiosi – tagliare gli stipendi pubblici significa creare un esercito di disoccupati. Tagliare le spese sanitarie – ricordo che una normale terapia anti cancro costa mediamente un centinaio di migliaia di euro pro malato all’anno – significa mandare a morte migliaia di persone. Si può risparmiare qualcosa, ci mancherebbe. Ma pensare di rimettere a posto i conti agendo sui tagli è come sperare di svuotare un lago con un cucchiaio da minestra.

Eh, allora si aumentino le entrate, dirà qualcuno. Entrate, quindi tasse. Ma come si può pensare di aumentare le tasse in un Paese come l’Italia nel quale l’Irpef è tra le più alte in Europa e dove gli stipendi sono al minimo? E nessuno si permetta di tirare fuori la cazzata della lotta all’evasione. Anche qui evitiamo di giocare con l’ipocrisia. Possiamo recuperare qualche milionicino andando a sgamare gli sfigati che non denunciano qualche fattura, possiamo pizzicare qualche furbetto che non batte tutti gli scontrini che dovrebbe, ma gli evasori veri, quelli che hanno le barche che battono bandiera panamense attraccate a Fontvieille, quelli che evadono decine se non centinaia di milioni di euro all’anno non li beccheranno mai.

C’è poi un’altra soluzione: aumentare Iva e imposte indirette. Con la conseguenza che i consumi, che sono poi l’unico vero motore dell’economia andrebbero a ridursi drasticamente e quindi otterremmo l’effetto paradosso che per salvare dalla disoccupazione gli statali manderemmo a spasso altrettanti dipendenti di imprese private.

Siamo fottuti, quindi? Sì.

Fin che continueremo a pensare che l’attuale sia l’unico sistema possibile, certamente. Fin che continueremo a fidarci dei profeti del buon senso, degli economisti di regime, dei professori e di quelli che alla fine degli anni ’90 ci avevano promesso che con l’Euro saremmo diventati forti, ricchi e belli, continueremo a stringere la corda che ci hanno messo al collo.

La «soluzione» è tanto banale quanto semplice. Uscire dall’Euro e tornare a battere moneta. Che è un fondamentale presupposto per garantire la sovranità nazionale. Ci raccontano che non si può, che sarebbe una follia, che l’inflazione andrebbe alle stelle, che andremmo tutti del culo, profetizzano catastrofi e disastri. Palle. Cazzate. A dire queste scemenze sono gli stessi che ci hanno confezionato il pacchetto dell’Euro e che ora hanno tutto l’interesse a continuare a tenerci sotto scacco.

Bisogna farci sentire. Bisogna scendere in piazza, creare un movimento trasversale, che vada al di là degli steccati ideologici e partitici, perché tanto ormai sono in pochi a sentirsi rappresentati da chi siede nelle aule del potere. Bisogna chiederlo con forza. Un referendum, massima espressione della democrazia diretta. Un referendum in cui si chieda agli italiani, senza giri di parole: volete uscire dall’Euro e soffrire, o continuare così e morire?