ANCORA SUL PLASTIC

Ha fatto molto discutere l’intervento del Tribunale Della Plebe sulla chiusura del Plastic della settimana scorsa. A 7 giorni di distanza, ecco una foto che ci ha inviato un lettore (tale D. Al Guless) più i vari commenti all’articolo originale inviati da un’altra lettrice , Audrey.

 

Al Plastic sono sempre entrata senza neanche fare la fila e considerata “una di loro”. Piccola cosa che non hanno mai capito è che io andavo lì per la musica e quattro chiacchiere con gli amici di sempre, non certo per sentirmi parte di una ghettizzante e patetica cerchia di tossici che, a 30 o 40 anni, ancora vivono di scopate random nei bagni luridi, elogio della vomitata sulla maglietta stracciata da 300 euro e totale mancanza di carattere. Tutta questa gran creatività così esasperata, è solo l’estremizzazione del più squallido conformismo.
Wannabe rocker, wannabe London, wannabe indie….peccato che, il 90% di queste persone non abbia ancora un’identità personale nè sociale e sia solamente legata a concezioni di “coolness” che sembrano uscite da “Beverly Hills, 90210″ e da stereotipi che già è grave avere a 15 anni, figurarsi da adulti.
Onestamente mi piaceva il Plastic, trovavo affascinante il luogo, gli arredi sgangherati, il concept con cui era nato… non la clientela, peggiorata negli anni in un modo allucinante.
Temo che, per creare una “mitizzazione” a livello di marketing, sia un passo più che logico fare selezione, del resto, sappiamo tutti che la gente è attratta da ciò che sembra essere per pochi, la massoneria piace da sempre e sempre piacerà.
I club non possono essere democratici per funzionare bene.
Il dramma non è l’idea ma il modo in cui spesso è stata usata/abusata:se non fossi stata una ragazza carina, vestita in modo molto particolare, sarei stata UMILIATA. Un conto è scegliere la propria clientela per definire un target, ben diverso deridere la gente che desidera entrare, farla sentire inferiore, “non all’altezza”, cosa che avviene anche altrove però, non scordatelo.
E sono emerite cavolate quelle legate alla “filosofia di vita” del Plastic, perchè si, sono certa che il buon Fiorucci, dall’alto dei suoi anni non proprio verdi, abbia sostenuto un luogo caro, pieno di ricordi di un’era che fu. Attualmente non c’era NULLA di originale lì dentro, nulla di creativo, nessuna controcultura (neanche cultura, figuriamoci qualcosa che andasse oltre!!), solo l’ennesimo elogio dell’esteriorità e della superficialità.
Posso, altresì difendere il passato di questo locale, che 10 anni fa, era molto, molto diverso, indi immagino che, negli anni ’80 abbia davvero offerto un qualcosa di nuovo, fresco, differente nelle patinate notti meneghine, forse perchè la gente che lo popolava aveva più fantasia, voglia di cambiare il mondo e meno pretese di finta popolarità.
Meno si è “popolari” (termine che detesto quasi quanto “alternativo” e “trendy”) e più si cerca di diventarlo nei propri ambienti , se il cervello è poco.
Non è un abito particolare che rende qualcuno un creativo.
Non sono 10 reflex costose ad improvvisarti fotografo e non è attraversare la folla e passare avanti a gente in coda che ti rende una persona valida.
Ma vallo a spiegare al mondo.
Ero una di loro? Apparentemente si, tendenzialmente no, per nulla.
Ma sono una persona in grado di trovare pro e contro, di analizzare consapevolmente una realtà che mi ha divertita per la pochezza e la leggerezza, e criticarne le pecche, proprio perchè c’ero.
Ho amato il Plastic, l’ho odiato.
Mi spiace abbia chiuso perchè, a parte i ricordi personali belli o meno, certa gentaglia, la stessa che l’ha reso da luogo magico a feccia, si ritroverà altrove e tale rimarrà.
Il problema non è mai stato il Plastic, il problema è la gente di Milano, provincia di Londra, quella sarebbe da demolire e non un club con una storia di grande dignità alle spalle.

 

Un club di contro-tendenza che si erge paladino dell’unicità, della creatività e della diversità (ma poi diversità da che? Oggi TUTTI sono indie, il mondo è dei gay e non è più strano vedere trans in giro, non siamo nel 1950, per fortuna!) non dovrebbe essere meno legato a look e mera estetica? Magari no, sempre per le famose scelte di target, ed è pure logico però poi non ci si lamenti se a molti queste non piacciono. Ribadisco, non è il Plastic in sé la pietra dello scandalo ma la gentaglia oscena che lo frequentava, come frequenta altri posti, credendosi “speciale”, “diversa”, “alternativa” quando è la più massifica d’Europa. Trovo quasi meno stereotipati i coatti di Jersey Shore dei dementi finti rockettari meneghini. E l’articolo è veritiero, ironico, molto divertente, delinea precisamente ciò che è Milano oggi, ciò che crediamo d’essere quando “sfliamo” attraverso la gente in coda, neanche fosse un red carpet…siamo (e mi ci metto anch’io perchè certi luoghi li frequento, anche se pochissimo) una massa di cretini che vorrebbero essere vip ma sono merde umane, questa è la realtà… rideteci sopra, un pò di sana AUTOIRONIA non ha mai ucciso nessuno!

 

Comunque a me Luca Crescenzi è simpatico, è un furbacchione e ha capito che, per diventare qualcuno a MIlèn senza aver nessuna velleità, bisogna fare una sola cosa:tirarsela.